Cosa resta di un viaggio? Il “sale”, la materia e la memoria

 C’è un momento, durante un viaggio d'istruzione, in cui la storia smette di essere un capitolo di un libro e diventa un peso nello stomaco. Per la 3E TUR, quel momento è arrivato tra i box di Padriciano e le masserizie del Magazzino 26.

Siamo tornati venerdì 13 marzo da un viaggio che ci ha portato, in quattro giorni, a Trieste, Fiume e Capodistria. Ma non siamo tornati a mani vuote.

Questa esperienza non è nata dal nulla. È stata il culmine di un lungo percorso di preparazione in aula, dove studenti e studentesse hanno scavato tra le pagine della letteratura e della storia per dare un nome allo sradicamento. Attraverso l’analisi dell’esilio di Dante e della nostalgia di Foscolo, i ragazzi e le ragazze hanno costruito una bussola etica necessaria per affrontare l'impatto con i luoghi reali. Hanno imparato a leggere il confine non come una linea, ma come una stratificazione di vicende umane.

A Trieste, la storia si è fatta materia. Davanti al silenzio della Foiba di Basovizza e della Risiera di San Sabba e tra gli oggetti abbandonati dagli esuli nel Magazzino 26, ciò che a scuola pareva solo un concetto lontano dalla loro esistenza ha preso una forma fisica: quella del legno delle casse, del ferro degli strumenti di lavoro, della carta dei quaderni di scuola mai più usati dai loro proprietari. Le parole cariche di emozione di Fiore, esule istriana, e di Giovanna, storica e nipote di esuli, hanno colpito in maniera potente studentesse e studenti, generando la loro commozione e trasportandoli all’interno di una vicenda troppo a lungo taciuta, fatta di dolore, di separazione, di mancanza, di persone che con forza e dignità hanno sopportato mille ostacoli per poter continuare ad affermare la loro identità di italiani.

A Padriciano, guardando dentro i "box" dei profughi, quegli spazi minimi separati solo da una coperta, gli studenti hanno compreso che la dignità e la privacy sono lussi che la Storia, a volte, toglie senza preavviso. Hanno trovato il senso profondo del "sale" di cui parlava Dante: il sapore della fatica di chi deve ricostruirsi una casa e un'identità altrove.

 Tra le strade di Fiume e Capodistria abbiamo scoperto quanto sia profondo il segno lasciato dalle radici italiane e quanto sia prezioso, oggi, il dialogo tra le diverse anime che abitano queste città di confine.

Questo articolo non vuole essere il riassunto di una gita. È la testimonianza di un percorso che ha trasformato degli adolescenti in "custodi". Al ritorno, la memoria non è più un esercizio scolastico o una data da ricordare, ma un impegno per il presente. Il confine è stato varcato. La memoria, ora, è nelle loro mani.

Pubblicato il 15-03-2026